Forse pochi sanno che sin dall’era preistorica una delle principali fonti di ricchezza delle isole Lipari e Pantelleria era l’ossidiana.
Una pietra che si trasforma con un rapido raffreddamento della lava in una roccia dalla consistenza vitrea traslucida di colore nero, liscia, lucente, che può avere anche delle striature maculate e delle tonalità che vanno dal marrone al nero.
Lipari fu un grande centro della diffusione dell’ossidiana nera, mentre quella di Pantelleria ha un colore diverso che si avvicina al verde bottiglia e per questo motivo viene anche chiamata “filo d’erba”.
Su quest’ultima isola le prime testimonianze dell’uomo risalgono al neolitico, era nella quale era già conosciuta questa pietra, infatti vi sono tracce di antiche officine nelle quali si lavorava il prezioso vetro vulcanico.
Il suo nome lo deve a “Obsius”, un esploratore romano che dall’Etiopia lo portò a Roma come viene citato da Plinio il Vecchio.
Il filosofo greco Erodoto, prima di Plinio, racconta che all’ossidiana era attribuito un potere protettivo per i naviganti.
Nell’antico Egitto era usata per la creazione di scarabei e sigilli e sempre Erodoto riporta che gli egizi, prima di mummificare i morti, li incidevano con una pietra etiope nera e affilata.
Gli Aztechi la utilizzavano per creare statue sacre.
Gli Indiani d’America la collegavano alla terra e infine per il popolo Maya era la pupilla degli dei.
Viene anche descritta con proprietà terapeutiche e magiche, insomma un talismano che allontana le energie negative.
