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La mia Jiraci

Circa 13 anni fa per lavoro, mi dovetti trasferire nel cuore delle Madonie, e precisamente a Geraci Siculo.

Il primo impatto non fu dei migliori, tanto da non voler scendere neppure dalla macchina.

Entrammo nel centro del paese con stradine medievali e nella piazza principale, ricordo era aprile, sulle panchine c’erano sedute delle persone anziane con la coppola e lo sguardo puntato su di noi.

Ritornai a metà giugno per iniziare il lavoro. Era una domenica pomeriggio, mi accolse la nebbia, sembrava un paesaggio surreale visto da me che venivo dal mare.  Quella prima notte non riuscii a dormire perché c’era un silenzio talmente profondo da sentirne il rumore. Tutto stranamente taceva, tranne il suono dei campanacci che avevano le mucche al pascolo.

Io che provenivo dal centro di una città rumorosa, caotica, afosa, frenetica ritrovarmi ad un tratto in un paesino arroccato su un cocuzzolo con poco più di mille abitanti, distante da ogni altro centro urbano fu un contrasto notevole. Il tempo aveva un sapore del tutto nuovo e sconosciuto.

I primi giorni uscivo con molta cautela e circospezione, gli sguardi puntati addosso non mi piacevano, al mio passare sentivo le persone bisbigliare.

Cominciai, tutte le mattine, ad andare al bar della piazza per la mia usuale colazione, cornetto e caffè. Seppi poi, che per loro, era strano vedere una donna sola al bar.

Con il passare dei giorni cominciai a prendere confidenza con le persone che gestivano dei negozietti, con la signora del bar (che ad oggi è la mia migliore amica), con il direttore della banca, con gli impiegati della posta e del comune, con la signorina del tabacchino, con la parrucchiera, con il macellaio, con il panettiere, con i ragazzi del supermercato, con i miei vicini. Praticamente con il paese intero!

Trascorrevo quei primi periodi andando a bere alle varie fontane del paese, a visitare le tante bellissime chiese, al passeggiare nelle viuzze lastricate di pietra, a visitare i resti del Castello, all’assistere alla Giostra dei Ventimiglia, a partecipare alle varie feste di paese. Il mio atteggiamento cambiò nei confronti degli abitanti e del paese stesso.

Mi accorsi che i geracesi sono persone accoglienti, calorose, generose, sono riusciti a farmi sentire a casa, a farmi integrare ed assaporare la vita semplice e genuina di paese.

Mi hanno insegnato l’accoglienza, la condivisione, la cura delle cose. I balconi dei geracesi sono tutti fioriti, le villette comunali ordinate e ben curate. Tutto diverso dall’indifferenza cittadina.

Salii per tre mesi, ci rimasi due anni e fu difficile ritornare alla città.

Un pezzetto del mio cuore è rimasto a Jerax (nome greco da cui proviene il nome e che vuol dire avvoltoio) tant’è che almeno una volta l’anno vi trascorro del tempo.

È come se tutti questi anni non fossero mai passati, con gli amici di allora mi sento spesso ancora oggi.

Mi rimangono nel cuore le tradizioni che ancora resistono, nonostante il tempo.

“A serenata alla zita” (la serenata alla fidanzata), dove il futuro marito la sera prima delle nozze invita tutto il paese al banchetto dei dolci e alla serenata come segno di buon auspicio.

Gli indumenti di lavoro utilizzati tutt’ora dai pastori e dai contadini “i cauzi di peddi” (gambali di pelle di capra), i “scarpi di pilu” (scarpe di pelle), “a ‘ncirata (un mantello di tela cruda con il cappuccio impermeabilizzato con olio di lino), “u cappularu” (mantello di panno con il cappuccio usato nei mesi invernali dagli uomini sia per lavoro che per la festa), “u sciallu” (lo scialle delle donne fatto di panno), “a carvaccata di Vistiamara” (la Cavalcata dei pastori), i maccheroni tirati a mano, il Salto dei Ventimiglia in onore del conte. I “cavadduzzi e i palummeddi” (cavallini e colombe) di caciocavallo modellati dai pastori in occasione della festa del SS. Sacramento del 3 Maggio, nella quale i bambini del paese a piedi scalzi e una corona di virgulti intrecciati sul capo gridano “PANI E PARADISU, MISERICORDIA SIGNURI“. L’intensa espressione del volto del Cristo del Crocifisso portato a braccia tocca gli animi di tutti coloro che hanno la fortuna di osservarlo.

Il saluto fra San Giacomo e San Bartolo, il presepe vivente (a cui ho partecipato), e tante altre tradizioni, le nevicate, la nebbia, l’aria fresca e pulita.

Mi mancano i vecchietti seduti al bar che giocano a briscola, a tressette e a scopa.

Oggi, sono felice di sapere che Geraci partecipa come Borgo più bello d’Italia 2021, trova in me una sua accanita sostenitrice.

Forza Geraci e forza geracesi. Non vi dimenticherò mai.

Pina Scardino

Questo articolo ha 8 commenti.

  1. Nino

    Significativa nota. Racconto un po’ romanzato, ma pregno di sana realtà. Mi ha appassionato a tal punto da stimolare la mia curiosità per andare a conoscere questo piccolo, ma altrettanto interessante paesino. Se non altro per scavare nella sua storia e tradizioni. Brava Pina!

    1. Pina Scardino

      Grazie. Felice di avere stimolato la tua curiosità. E’ un borgo pieno di storia e tradizioni.

  2. Carmelo

    Brava Pina, racconto di una bella esperienza in un paese Madonita.
    Questo dimostra che occorre avvicinarsi al nuovo e a tutto cio’ che ci circonda senza il pregiudizio.
    A tal proposito, occorre menzionare un grande fisico del xx secolo che sosteneva:
    ” E’ piu’ facile spezzare un atomo che un pregiudizio”

      1. Pippo Neglia

        Mi ha emozionato leggere questo bel racconto sul mio paese. Grazie

  3. Marianna

    Brava Pina…anche noi non ti dimenticheremo mai😘😘😘

  4. Pina

    Grazie Marianna, sai che è un sentimento vero e genuino

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