Guardando immagini di un film dove il tema centrale erano i disastri naturali, ho fatto una riflessione.
Fino ad ora siamo stati abituati ad eventi catastrofici, come tsunami, eruzioni, terremoti, valanghe ecc., il denominatore comune era l’unione tra le persone, si acquistava forza e coraggio confrontandosi con gli altri, abbracciandosi e cercando di stare tutti uniti.
Mi torna in mente il terremoto del 16 aprile 1978 che ha interessato proprio Patti. Ho ancora vivo il ricordo di quella notte.
All’epoca, vivevo con mia madre in una borgata, in una casa a pianterreno con un grande spiazzo davanti ed un terrazzo, con accanto il forno a legna in cui spesso si cucinava pane, pizza, carne.
Quella notte venni svegliata da mia madre, la quale, per non farmi spaventare, mi disse di alzarmi (io non avevo sentito nulla) e di uscire di casa perché imperversava il temporale. Io prontamente risposi: “mamma, ma se c’è il temporale perchè dobbiamo uscire fuori?”. Allora lei “manca la corrente elettrica , c’è il rischio di fulmini” ed io ancora: stiamo a casa, non voglio uscire! Al che mi prese di peso e mi trascinò fuori in pigiama, pantofole e coperta.
Arrivammo nel cortile e tutto cominciò a tremare. Era la prima volta che assistevo ad un terremoto, mi sentivo strana come se una forza misteriosa da una parte mi teneva inchiodata e dall’altra parte mi sballottava di qua e di la.
Poi ci sentimmo chiamare da una vicina dicendo di raggiungerla.
Lì, trovammo altre persone, ognuno con un pigiama di colore e foggia diverso, come nello strano mondo di Alice nel paese delle meraviglie.
Uno dei presenti era un carabiniere napoletano, papà del mio migliore amichetto dell’epoca, il quale portando una bottiglia di whisky, propose di berne un goccetto, poi prese a raccontare barzellette e curiosi aneddoti con accento napoletano. Noi bambini ad ogni sua battuta, ci sbellicavamo dalle risate.
Qualcuno finì per addormentarsi sulla sedia, qualcun altro in braccio ai genitori. Piuttosto che un grave evento, sembrava ci fosse una festa. Eravamo tutti insieme!
Non so perché oggi mi sia affiorato questo ricordo ma non ho potuto fare a meno di confrontare quello che stiamo vivendo da un anno a questa parte, a tutto quello che era successo fino ad un anno fa.
Infatti c’è un prima e un dopo nei modi di affrontare la tragedia.
La cosa che mi stranisce parecchio è che nel “prima” temevamo i fulmini, i terremoti, le eruzioni, eventi per i quali centrava il ciclo naturale dei fenomeni terrestri, nel “dopo”, cioè oggi, temiamo i nostri figli, i nostri compagni, i nostri vicini, i nostri amici. Temiamo di contagiarci.
E’ come se il mondo si fosse messo all’incontrario dell’istinto di sopravvivenza e di aggregazione. L’uomo sin dai tempi più antichi ha cercato i suoi simili per avere aiuto, conforto, confronto. Siamo stati abituati a sentire il motto “l’unione fa la forza”, oggi tutto è stato ribaltato.
Paradossalmente ci sentiamo più sicuri nell’allontanamento e nell’isolamento.
E’ strano reagire a tutto questo in un modo che non conosci, quasi inumano al comportamento naturale dell’uomo.
E’ difficile capire e vivere da soli, l’uomo non è stato creato per essere un’isola, ma per formare comunità e interazione. Si ha bisogno fisico e mentale del contatto con gli altri.
Questo virus è come se ci stesse facendo vivere in un altro pianeta e ci stesse portando all’alienazione. Personalmente trovo una analogia con un pensiero di Rousseau, il quale affermava che “l’alienazione avviene nel momento in cui i cittadini, “stringendo” il contratto sociale, si alienavano di tutti i loro diritti a favore di un’entità superiore”, appunto il Covid-19.
