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Villa dei Mostri

Bagheria (PA), ha origini relativamente recenti, il primo ad insidiarsi fu don Giuseppe Branciforte, conte di Raccuja nel 1658 fondando il palazzo Butera.

Mezzo secolo dopo il borgo chiamato allora “Bagaria”, divenne la residenza estiva dell’aristocrazia palermitana.

La più singolare delle ville presenti nel borgo è sicuramente “Villa Gravina di Palagonia” meglio conosciuta come “Villa dei Mostri”.

Fu prospettata intorno al 1715 dal frate domenicano Tommaso Maria Napoli, ma il fautore della strana realizzazione si deve al VII principe di Palagonia, Francesco Ferdinando Gravina, soprannominato il “Negromante”, personaggio alquanto bizzarro e fuori dagli schemi.

Il viale della villa è contornato da statue in pietra arenaria con mostruosi animali, figure antropomorfe, musicisti caprini, nani barbuti, corpi umani deformi, serpenti con più teste, gnomi, dame e cavalieri suini che danzano beffardi.

Proprio per queste statue, durante i secoli aleggiarono leggende sulla loro influenza malefica verso gli uomini, trasformando la villa in un autentico emblema dell’esoterismo siciliano.

I cornicioni sono sghembi, i tetti decorati da idre di piccoli busti e di orchestre di scimmie.

La villa è su due piani con uno scalone a doppia rampa.

Alla delirante fantasia degli esterni si riscontra la magnificenza degli interni, con eleganza e sfarzo delle decorazioni.

L’ingresso del vestibolo ellittico è ornato da affreschi che rappresentano le quattro fatiche di Ercole (Ercole ed il Leone nemeo, Ercole e il cinghiale d’Erimanto, Ercole e l’idra di Lernia, Ercole e la cerva Cerinea).

Una delle sale più straordinarie è la “Sala degli Specchi” che, moltiplica, capovolge e deforma le figure a dimostrazione, secondo il principe, della vanità e della fragilità dell’essere umano.

I pavimenti sono intarsiati, si trovano splendidi mosaici, stucchi di pietre dure e di madreperla.

Tanti illustri personaggi la visitarono tra cui Goethe, il quale coniò il neologismo “pallagonico”, cioè un’opera deforme, folle e caotica e così scrisse: “I piedi delle sedie sono segati inegualmente, in modo che nessuno può prendere posto e, davanti all’entrata, il custode del palazzo invita i visitatori a non fidarsi delle sedie solide perché sotto i cuscini di velluto nascondono delle spine”.

Accanto all’edificio, sempre ad opera dell’architetto Tommaso Maria Napoli, insiste una chiesetta nella quale il “Negromante” volle lasciare un segno, fece porre un crocifisso con attaccato sull’ombelico la statuetta di un uomo in ginocchio del tutto somigliante a sé  mentre chiede perdono a Dio per la società del suo tempo che era molto apparente ma  con poca assenza.

Sempre nella chiesa fece costruire una statua di una donna bellissima ben vestita, ma che dal collo in giù è resa mostruosa da vermi post-mortem, come monito ai posteri che belli, brutti, ricchi o poveri alla fine la morte arriva per tutti.

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