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L’arte della stirata

Non c’era un termine per definire un mestiere dei tempi andati, cioè di colei che stirava.

Le famiglie nobili si servivano delle domestiche per la stiratura dei vestiti, che comunque era una impresa non facile come lo è oggi.

Si stirava con il ferro a carbone, un oggetto in ferro cavo, con la parte superiore apribile e un manico di legno.

Prima di cominciare la stirata, si dovevano “sbagnare i robbi” (inumidire i panni) con un aggeggio bucherellato (u spruzzaturi) e si lasciavano riposare qualche minuto, nel frattempo si preparava l’accensione del ferro.

Veniva riempito di carbone aggiungendo un po’ di carta o pezzetti di stoffa imbevuti di olio o grasso per facilitarne l’accensione e infine con l’aiuto di un “suffareddu” (fiammifero) si completa l’operazione facendo dondolare il ferro per sbraciare.

Si doveva stare attenti a controllare il ferro affinché non si surriscaldasse rischiando di “accarari” (bruciacchiare) i panni, o non si raffreddasse, o ancora che non si facesse uscire la cenere dai buchi rischiando di sporcare i panni. Per stirare i panni più delicati e preziosi si usava mettere sopra un telo bianco su cui appoggiare il ferro.

Alle ragazze giovani si cominciava a far stirare i “sarbietti”, i “tuvagghi di facci”, i ”fazzulittedda” (tovaglie da tavola, asciugamani, fazzoletti), mentre alle più esperte si dava la biancheria di lino, le camicie e i pantaloni.

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