Non sono i felini ma il nome è legato ad una famiglia che dalla Calabria, ai primi dell’Ottocento, si trasferirà a Palermo: i Florio.
Ma perché quest’appellativo?
Tutto comincia dal fatto che utilizzarono come stemma un leone febbricitante intento ad abbeverarsi da una sorgente di acqua fresca vicina agli alberi di china, una raffigurazione che simboleggiava un rinnovato benessere dal malessere quotidiano, ma nacque come ripicca nei confronti dei loro agguerriti concorrenti, in quanto i Florio, non venivano molto accettati dagli altri abitanti della Kalsa che li definivano “immigrati arricchiti” simili a “fiere ammaestrate”.
Ma, nei primi anni del ‘900 la loro sorte cambiò. La famiglia cominciò a vendere il chinino, all’epoca l’unico farmaco efficace per abbassare le febbri provocate dalla malaria e decise di usare, come strumento pubblicitario, proprio alcuni vecchi inserendo nello stemma gli alberi di china e il leone, due simboli assunti a conferma del loro crescente potere; gli alberi da cui si estraeva il portentoso farmaco, e il leone a sottolineare la coraggiosa resilienza della famiglia.
Da quel momento il simbolo del Leo bibens venne utilizzato anche dalle generazioni successive per promuovere i prodotti delle loro fabbriche: il Marsala, i farmaci contenenti il chinino, le scatole di tonno, le gare automobilistiche, le compagnie navali.
Così il leone sofferente negli anni divenne il simbolo di un impero economico finò al suo crollo avvenuto dopo la Belle Epoque.
