Piero Calamandrei, uno dei fondatori della Costituzione italiana, fu famoso oltre che per il suo operato, anche per delle sue frasi: “La libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. E durante un discorso tenuto a Milano il 26 Gennaio 1955 rivolto agli studenti proclamò: «Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione».
Perché questa premessa?
Ieri si celebrava l’ottantesimo anniversario della liberazione d’Italia.
Il 25 aprile 1945 segna la data simbolica della vittoria della Resistenza italiana (un movimento popolare spontaneo e variegato, ricco di contraddizioni, che coinvolse militari sbandati, giovani renitenti alla leva, operai, contadini, studenti, sacerdoti e intellettuali. I partigiani appartenevano a ideologie diverse — cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici e nonostante le differenze, tutti erano accomunati dalla volontà di combattere l’occupazione nazista e i fascisti della Repubblica Sociale Italiana) sul nazifascismo. In quel giorno, Milano — cuore della più vasta mobilitazione antifascista — insorge e riesce a liberarsi dal giogo fascista. Nello stesso momento anche Torino e molte altre grandi città italiane vengono liberate, aprendo la strada alla fine della Seconda guerra mondiale in Italia. Solo tre giorni dopo, il 28 aprile, Benito Mussolini viene catturato e giustiziato. L’8 maggio segna la resa ufficiale della Germania, mentre il Giappone si arrenderà qualche mese più tardi, il 2 settembre.
Oggi più che mai, travolti da tutte le guerre che interessano l’intero emisfero terrestre, dovremmo attenzionare la parola “libertà” rafforzata dalla definizione “pace”.
Mi piace pensare che Papa Francesco abbia scelto di ricongiungersi al Padre proprio il Lunedì dell’Angelo, nella settimana del 25 aprile, quasi a voler sottolineare — con la forza del simbolo — l’importanza della fratellanza tra i popoli, della giustizia, della libertà e della pace: valori profondamente radicati negli insegnamenti divini, e vorrei ricordare alcune sue parole:
“Non dimentichiamo: la guerra sempre è una sconfitta, sempre. Ovunque si combatte le popolazioni sono sfinite, sono stanche della guerra, che come sempre è inutile e inconcludente, e porterà solo morte, solo distruzione, e non porterà mai la soluzione del problema”.
“La pace è artigianale”. Non la costruiscono solo i potenti “con le loro scelte e i loro trattati internazionali, che restano scelte politiche quanto mai importanti e urgenti”. La pace la costruiamo anche noi, “nelle nostre case, in famiglia, tra vicini di casa, nei luoghi dove lavoriamo, nei quartieri dove abitiamo”
“Costruire ponti, non muri”.
Negli ultimi anni, a mio avviso, la violenza sta dilagando in maniera abnorme e la vita umana non ha più valore, si uccide per nulla e lo si fa con una facilità e superficialità estrema.
Forse è giunto il momento di risvegliare dentro di noi — e non solo in noi italiani — lo spirito di chi, nei giorni più oscuri del regime fascista, trovò il coraggio e la forza di ribellarsi al dominio del più forte.
Il 25 aprile andrebbe commemorato in ogni angolo del mondo come simbolo universale di libertà riconquistata, in memoria del coraggio e del sacrificio dei nostri padri, fratelli e sorelle: i partigiani.
Il papavero, con il suo rosso intenso, è il fiore simbolo del partigiano. La sua forza sta nella semplicità: è un fiore spontaneo, che cresce libero nei campi, tra le rocce, ai margini delle strade e lungo le ferrovie. Proprio come i partigiani, nasce ovunque ci sia spazio per la libertà.
