Questa è una storia legata a Palermo.
Si racconta che verso la fine del XVIII secolo, nel quartiere Zisa vivesse una tale Anna Pantò, anche se da alcuni atti risulta che il suo vero nome fosse Giovanna Bonanno, condannata a morte per impiccagione il 30 luglio 1789 per stregoneria e veneficio (omicidio commesso mediante sostanze venefiche).
La condanna è legata al fatto che vendesse veleno alle donne per uccidere i propri mariti, una mistura composta da aceto e arsenico.
Sembra che l’idea le fosse nata per caso.
Un giorno vide una madre andare dall’aromatario, con in braccio la sua bambina che per sbaglio aveva ingoiato un sorso di “aceto per pidocchi”, per un rimedio contro l’avvelenamento che stava uccidendo la povera bimba.
Dopo poco tempo nel quartiere cominciarono a verificarsi morti sospette, fino a quando una madre, dopo la morte improvvisa del figlio, si recò da Giovanna Bonanno per acquistare il veleno, con quattro testimoni, denunciandola e mettendo fine alla carriera di avvelenatrice della donna, la quale venne rinchiusa nel carcere dello Steri, luogo dove venivano rinchiuse streghe, fattucchiere ed eretiche.
Venne processata, condannata e infine impiccata nella Piazza degli Ottangoli (oggi i Quattro Canti) punto d’incrocio tra Via Toledo (oggi Corso Vittorio Emanuele) e via Maqueda, dove venivano appese le forche più alte della città.
Era descritta come una mendicante anziana e di brutto aspetto, a questo infatti si deve il soprannome di “vecchia dell’aceto”.
Si racconta che ancora oggi il suo spirito continui a vagare per le strade della città.
