Dietro questa frase si nasconde un pezzo di storia e di cultura isolana.
Ovviamente si parla di cibo ma non solo!
U pani cu ciauru nasce dall’ingegno dei “putiari” (commercianti) che strisciavano con forza e vigore il pane caldo sulle forme di caciocavallo dando così la possibilità, con pochi spiccioli, alla povera gente di assaggiare il prelibato cibo.
Il caciocavallo non è un semplice formaggio ma si può ritenere un vero e proprio principe, si immagina a forma di pera ma c’è anche a forma di parallelepipedo.
Per quanto riguarda l’origine del nome ci sono varie versioni.
Quella più conosciuta risalirebbe al popolo Mongolo nel XV secolo, che commerciava un tipo di formaggio chiamato “Kashkaval” e venendo trasportato dai cavalli grazie al movimento ondulatorio iniziava a cagliare negli otri di stomaco di bue.
Un’altra storia racconta che il nome proverrebbe dall’usanza di apporre, durante il regno di Napoli, e successivamente delle Due Sicilie, lo stemma di un cavallo sulle forme di formaggio prodotte come bollo fiscale.
Ma l’ipotesi più accreditata è che il formaggio, dopo essere stato lavorato, venisse messo ad asciugare legato con spago di saggina, a coppia, ed a cavallo dell’appizzatura (una sorta di pertica di legno).
Alcune curiosità: Ferdinando di Borbone usava regalare, alla duchessa di Floridia, Lucia Migliaccio, non fiori ma forme di caciocavallo.
Pare anche che nel 500, Ippocrate facesse riferimento al popolo greco per la sua abilità di preparare il “cacio”, e Plinio decantava le lodi del “butirro”, l’antenato del caciocavallo.
Nel 1549 divenne anche pietanza clericale entrando a far parte del menù delle suore del monastero di San Castrense a Monreale.
Una delle ricette più apprezzate è nata grazie all’astuzia della moglie di un orafo in via Argenteria a Palermo. In un momento in cui le carte non passavano, per salvare le apparenze, mise a cuocere una fetta spessa di caciocavallo con spezie e aceto, il cui odore somigliava molto a quello del coniglio alla stimpirata, appannaggio riservato a categoria più abbienti dando inizio al “caciocavallo all’argentiera”, tanto era il suo pregio che veniva usato come merce di scambio o per pagare debiti.
Infine, la frase “fare la fine del caciocavallo” divenne il modo per riferirsi alla morte per impiccagione.
